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Simbolista e neoclassico, barocco e crepuscolare, Carlo Albertini tratteggia, e quindi evoca, divinità antiche che assumono le forme nuove del contemporaneo. L’elemento mitologico si fonde con quello tribale, il tribale col post-bellico, il post-bellico col cyberpunk, in una coesistenza di tempi e di piani in cui l’organico sposa il tecnologico, i corpi si combinano e i confini si annientano nella continuità del tratto.

Il bianco e il nero delle grafiche rimanda ad un ancestrale dualismo tra vita e morte, che qui si scambiano spesso di segno: ciò che è inanimato prende vita, e ciò che è vivo giace morto.

Con le sue creature inquietanti, Carlo Albertini scatena una nuova cosmogonia in cui insetti, animali, uomini e i loro scheletri si fronteggiano al cospetto di esseri superiori che li sovrastano e li giudicano. L’immaginario è sincretico e diacronico, va dai fratelli Chapman a Bosch e Bruegel, guarda al surrealismo di Max Ernst e al simbolismo dei Preraffaelliti, ed è filtrato attraverso l’esperienza grafica di illustratori a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900 quali Aubrey Beardsley, Harry Clarke e Wallace Smith, di cui Carlo Albertini è avido collezionista.

I disegni di Carlo Albertini provengono da gesti automatici, sono non-pensati: scaturendo dall’inconscio, si concretizzano in forme statuarie, scultoree ma dinamiche. Riemergono così gli archetipi, i totem, le maschere che abitano gli strati al di là della coscienza.

Carlo Albertini chiama i suoi disegni “illustrazioni”: sono l’accompagnamento per immagini alle pagine di libri perduti, che non esistono e forse mai esisteranno, gli inserti grafici di volumi sepolti in un futuro nero e misterioso.

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